«Mi attirarono fuori dalla baracca con promesse di cioccolata e parole come ”Schätzchen”, ma le altre donne sapevano, e, ancor prima di udire i rumori là fuori, mi chiamarono puttana dei soldati. Anch’io sapevo, ma la fame ha un modo tutto suo di cambiarti, e di farti scordar chi sei. Buffo, come vi possa essere speranza nella disperazione. Gettarono la cioccolata per terra e risero: ”Da friß”. La desideravo da impazzire, ma il sapore fu di fango. ”Dreh dich rum, Judenschwein”. Vidi enormi stivali neri, paia e paia, e il terreno così fangoso da far sprofondare il mio corpo. Tirai su il mio abito da prigioniera ed allargai le gambe. Erano così leggere e s’aprirono così facilmente che ringraziai Dio, sapevo che non avrei resistito. Questo corpo non è più mio, questa fame; finalmente, non c’è più motivo di lottare. Mi chiedo ora se il loro desiderio di me fosse una brama di morte: fottere una donna calva ch’era soltanto pelle e ossa, la cui unica salvezza era una tazza di zuppa acquosa per cena, una fetta di pane raffermo, e forse, se i soldati l’avessero di nuovo voluta, questa volta, un pezzo di cioccolata vera...» [Stewart J. Florsheim (scrittore e poeta)]

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